Intervista all’Ingegner Bruno Grassetti: una vita tra scienza, tecnologia, armonia e spirito italiano in Cina

Ingegner Bruno Grassetti

In un’epoca in cui la Cina domina i mercati tecnologici mondiali, incontrare chi ne ha vissuto la trasformazione radicale sin dai primi passi è un privilegio raro. L’ingegner Bruno Grassetti non è un semplice osservatore della realtà asiatica, ma un protagonista del dialogo scientifico internazionale degli ultimi quarant’anni. Con una formazione d’eccellenza tra la Sapienza, la Bocconi e Harvard, Grassetti ha costruito una carriera solida tra consulenza, docenza universitaria e cooperazione allo sviluppo. Il suo legame indissolubile con Pechino nasce da una sfida globale: la decisione delle Nazioni Unite, alla fine degli anni ’70, di democratizzare l’accesso alla tecnologia oltre i confini occidentali. Nominato delegato italiano presso l’ONU, Grassetti arrivò in Cina nel 1984 in un momento di estrema apertura, guidato dalle “quattro modernizzazioni” di Deng Xiaoping.

In quegli anni, dove oggi sorgono grattacieli e startup all’avanguardia, l’ingegnere trovava solo distese d’erba, partecipando attivamente alla realizzazione dei primi 53 parchi scientifici del celebre programma Torch. Per il suo instancabile contributo ai rapporti bilaterali, nel 2014 è stato insignito della Medaglia del Premio dell’Amicizia, la massima onorificenza che il governo cinese attribuisce agli esperti stranieri. Tuttavia, la visione di Grassetti va oltre i dati tecnici; è una visione fatta di “immaterialità”, di amore per lo stile di vita italiano e di una profonda comprensione della filosofia dell’armonia, simboleggiata dal panda gigante. In questa intervista speciale per l’associazione Ciao Panda, l’Ingegner Grassetti ci guida alla scoperta di una Cina inedita, dove la creatività italiana incontra la meritocrazia asiatica, ricordandoci che, nonostante le differenze di scala, siamo proprio noi “piccoletti” a possedere ciò che nessuno potrà mai copiare: la nostra anima culturale

Ingegner Grassetti, lei vanta una formazione di altissimo profilo tra la Sapienza, la Bocconi e Harvard. Come è nata la scintilla che l’ha portata ad occuparsi di cooperazione internazionale, e in particolare con la Cina, negli anni ’80?

È stato quello che definirei un “colpo di fortuna” professionale. Negli anni ’80 ero docente universitario e mi occupavo di parchi scientifici. Il ministro Tesini mi nominò delegato italiano presso le Nazioni Unite per il fondo dedicato alla scienza e alla tecnologia per i paesi in via di sviluppo (UNFSTD). Fu una svolta politica enorme: per la prima volta la tecnologia non era più un’esclusiva dell’Occidente. Il governo cinese alzò la mano dicendo: “Anche noi siamo un paese in via di sviluppo, mandateci degli esperti”. Così, nel 1984, arrivai a Pechino non come privato, ma come rappresentante dell’ONU.

Quale fu il suo impatto con la realtà cinese di quegli anni? So che ha assistito alla nascita della loro “Silicon Valley”.

Esattamente. Il mio primo incarico riguardava il programma “Torch”, finalizzato alla realizzazione di 53 parchi scientifici in tutta la Cina. Quando visitai per la prima volta zone come Haidian o Zhongguancun, oggi centri tecnologici mondiali, erano solo prati ed erba. La Cina stava uscendo dalla Rivoluzione Culturale grazie alla visione di Deng Xiaoping, che con le sue “quattro modernizzazioni” (agricoltura, scienza, industria e difesa) voleva riportare il Paese al centro del mondo dopo il cosiddetto “secolo delle umiliazioni”.

Nel 2014 ha ricevuto il China Friendship Award, la massima onorificenza per uno straniero. Qual è il segreto del rispetto che i cinesi nutrono per lei e per l’Italia?

I cinesi amano l’Italia perché riconoscono la nostra creatività come una connotazione naturale. Conoscono la nostra cultura spesso meglio di noi. Mi è capitato di incontrare delegati che recitavano la Divina Commedia o che discutevano dei contrasti tra Bernini e Borromini camminando per Roma. Ho capito presto che per conquistarli non bastava vendere prodotti. Nel 2002 organizzai la prima “Settimana dello Stile di Vita Italiano” a Tianjin, con il contributo della Camera del Commercio di Roma, puntando sull’immaterialità: opera, poesia, cinema e arte. È questa bellezza immateriale che ci rende giganti ai loro occhi, nonostante siamo un Paese demograficamente “piccoletto”.

Oltre a Pechino, lei ha parlato spesso di Tianjin e del suo particolare legame con l’architettura italiana. Qual è la storia di quel luogo?

Tianjin è una città meravigliosa che conserva un’area chiamata “concessione italiana”, nata dopo la guerra dei Boxer nel 1903. L’allora imperatrice concesse dei pezzi di territorio a vari paesi occidentali. L’Italia vi mandò i propri architetti per costruire un quartiere con lo stile dell’epoca. Sebbene nel 1947, con il trattato di Parigi, la Cina si sia ripresa tutto, quegli edifici sono rimasti. Oggi è una sorta di “città museo” dove i cinesi vanno per vivere un’atmosfera italiana d’altri tempi, passeggiando tra architetture tipiche di Roma o di altre città storiche italiane.

Lei ha fatto un’osservazione molto acuta sulla nostra identità: dice che all’estero non dovremmo presentarci come abitanti di singole province. Perché?

Perché quando un americano o un cinese si presenta, dice “sono americano” o “sono cinese”. Noi italiani, invece, tendiamo a dire “sono di Frosinone” o “sono di Alessandria”. Davanti a un colosso di un miliardo e mezzo di persone, questa frammentazione ci rende deboli. Dobbiamo imparare a presentarci come europei. Solo la dimensione di un continente da 500 milioni di abitanti può dare il giusto peso negoziale e culturale di fronte alle grandi potenze mondiali.

Ingegner Grassetti, lei ha raccontato di essere stato a Hohhot, nella Mongolia Interna, insieme a sua figlia Silvia per un progetto importante. Al di là dell’esito finale, che tipo di accoglienza avete ricevuto e cosa l’ha colpita di più della cura con cui il team cinese stava preparando il film su Marco Polo?

È stata un’esperienza straordinaria dal punto di vista umano e organizzativo. Fui invitato nella capitale, Hohhot, e mi trovai immerso in un lavoro di preparazione meticoloso: avevano già individuato le location, scelto gli attori e la sceneggiatura era in uno stato molto avanzato. Fui accolto con un calore immenso; ci trattarono con pranzi e cene di gala, portandoci in giro a visitare i luoghi che avrebbero fatto da sfondo alla storia. La cosa che più mi impressionò fu la serietà con cui mi presentarono al loro governo come il delegato ufficiale per l’Europa incaricato di promuovere il film. Conservo ancora oggi un fascicolo con tutta la documentazione e le fotografie di quel periodo, che testimoniano quanto quel team credesse nel valore culturale del progetto e nel legame tra la loro terra e la figura di Marco Polo. È un ricordo che porto nel cuore anche per averlo condiviso con mia figlia in un momento particolare della mia vita.

Passando al simbolo dell’associazione, il panda: lei lo ha osservato a Chengdu. Che valore filosofico gli attribuisce?

Il panda è l’incarnazione dell’armonia tra uomo, animale e natura. Nutrendosi quasi solo di bambù, rappresenta l’equilibrio perfetto tra le specie. È un concetto implicito nella mentalità cinese che risale a pensatori antichi e che riflette la loro visione simbolica della vita.

Tornando al concetto di “Armonia” e al panda, lei accenna anche a un legame con gli antenati e alla storia delle missioni religiose. C’è una connessione?

Certamente. L’armonia cinese non è solo tra uomo e natura, ma include il rispetto profondo per chi ci ha preceduto. Nelle loro case c’è sempre un tempietto per gli antenati. Questo causò in passato un grande scontro tra i missionari gesuiti, che volevano integrare questo rispetto nella tradizione cristiana, e i domenicani, che lo consideravano un rito incompatibile. Questa rigidità fermò la presenza religiosa europea in Cina secoli fa, ma ci insegna quanto per loro l’equilibrio tra passato, presente e natura — simboleggiato perfettamente dal panda — sia la base di ogni comportamento etico e politico

Quale consiglio darebbe oggi a un giovane o a un imprenditore che guarda a questo colosso asiatico?

Il primo passo è impararelalinguacinese; parlare direttamente con loro cambia il rapporto sentimentale e professionale. Poi, bisogna smettere di presentarsi come singoli provinciali e iniziare a ragionare in una dimensioneeuropea. Davanti a un miliardo e mezzo di persone, solo l’unione dei 500 milioni di europei può darci il giusto peso. Infine, puntate sull’innovazione e sulla cultura: i cinesi ne sono innamorati.

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Chiara Alonzo - Storyteller, copywriter e SEO specialist è laureata in Scienze della Comunicazione e Filologia Moderna, con un Master di secondo livello in Comunicazione e Marketing Politico ed Istituzionale presso la Luiss School Of Government. Attualmente ricopre il ruolo di vice presidente e responsabile della comunicazione dell'Associazione Ciao Panda Aps.