Panda tè: la vera storia del tè fertilizzato con le feci del tenero orsetto

Le foglie del tè al panda vengono raccolte a mano nella piantagione di Ya'an, in Sichuan

Come un’idea nata durante un seminario universitario ha trasformato le feci del panda gigante nell’ingrediente del tè. Scopri l’incredibile storia del panda tè.

Quaranta grammi di tè, 22.000 yuan, l’equivalente di oltre 3.500 dollari. È il prezzo a cui, nella primavera del 2012, un’azienda cinese ha messo in vendita il primo lotto del cosiddetto “tè al panda”, una varietà di tè verde coltivata a Ya’an, nella provincia sudoccidentale del Sichuan, utilizzando come fertilizzante gli escrementi dei panda giganti ospitati nei centri di allevamento della zona. Una tazza, se calcolata sui tre grammi medi per infusione, sarebbe arrivata a costare più di 200 dollari, rendendolo per un certo periodo il tè più caro mai venduto al mondo. Dietro questa trovata commerciale, però, si nasconde una storia fatta di intuizioni scientifiche reali, ambizioni imprenditoriali spregiudicate e polemiche mai del tutto sopite, che vale la pena di ricostruire con ordine.

La storia del Panda tè: ecco chi ha inventato la bevanda

L’artefice di questo prodotto ha un nome preciso: An Yanshi, ex insegnante ed ex giornalista, all’epoca dei fatti docente presso l’Università del Sichuan. L’idea gli venne partecipando a un seminario in cui apprese un dato curioso sulla fisiologia dei panda giganti. Questi animali, pur nutrendosi quasi esclusivamente di bambù per oltre dodici ore al giorno, hanno un apparato digerente inadatto a scomporre efficacemente la cellulosa vegetale. Il risultato è che assorbono meno del 30% dei nutrienti presenti nel bambù ingerito, espellendone con le feci circa il 70%.

An Yanshi vide in questo scarto un’opportunità. Se il bambù non digerito contiene ancora fibre, minerali e sostanze nutritive, perché non riutilizzarlo come fertilizzante organico per coltivare il tè, invece di ricorrere ai concimi chimici tradizionali? Lasciò l’insegnamento e nel novembre 2011 avviò la sua piantagione sperimentale su circa un ettaro di terreno collinare a Ya’an, città che ospita da decenni alcuni dei più importanti centri di riproduzione e conservazione del panda gigante in Cina, tra cui basi collegate al celebre China Conservation and Research Center for the Giant Panda. Da lì, attraverso accordi con gli allevamenti vicini, l’imprenditore si assicurò un rifornimento iniziale di circa undici tonnellate di escrementi.

Come nasce concretamente il tè fertilizzato con gli escrementi di panda

Il processo produttivo, nella sua sostanza, non si discosta da quello di una qualunque coltivazione biologica di tè verde. Le piante vengono nutrite con letame animale invece che con fertilizzanti di sintesi. La particolarità, ovviamente, sta nella fonte. An Yanshi ha più volte dichiarato ai media internazionali, tra cui Reuters e l’agenzia France Presse, che il letame di panda sarebbe superiore ai concimi chimici perché “ricco di nutrienti” e perché proviene da un animale la cui dieta è priva di additivi, pesticidi o sostanze artificiali, essendo composta unicamente da bambù selvatico.

Le prime foglie vennero raccolte a mano nella primavera del 2012 e il primo raccolto commerciale fu presentato alla stampa proprio in quei mesi, con tanto di conferenza stampa in cui l’imprenditore si presentò vestito da panda per attirare l’attenzione dei giornalisti. Una mossa che funzionò. La notizia, infatti, fece rapidamente il giro del mondo, rilanciata da testate come Reuters, il Daily Telegraph, CNN (che le dedicò un servizio ironico nella rubrica “RidicuList” di Anderson Cooper) e decine di altri media internazionali, contribuendo non poco a costruire il mito del “tè più costoso del pianeta”.

Il prezzo record e il paragone con il caffè di civetta

Il tè al panda arrivò sul mercato con un prezzo di 20.000-22.000 yuan per lotti da 50 grammi, a seconda della fonte e del periodo considerato. Una cifra compresa tra i 3.100 e i 3.500 dollari dell’epoca. Considerando che per preparare una tazza di tè si utilizzano in media circa 3 grammi di foglie, il costo per singola tazza superava i 200 dollari. An Yanshi dichiarò l’intenzione di produrre solo 21 lotti l’anno, una scelta di scarsità volontaria pensata per massimizzare l’esclusività e il valore percepito del prodotto, oltre a fare domanda per l’inserimento nel Guinness dei primati come tè più costoso al mondo.

Il paragone più immediato, ripreso da praticamente tutta la stampa internazionale, fu con il kopi luwak, il celebre caffè indonesiano ricavato dai chicchi parzialmente digeriti ed espulsi dagli zibetti delle palme, anch’esso venduto a prezzi molto elevati proprio per la rarità e la particolarità del processo di lavorazione. Il tè al panda, di fatto, applicava alla Cina una logica di marketing già collaudata altrove: trasformare un processo naturale insolito in un prodotto di lusso.

Le presunte proprietà benefiche e le critiche della comunità scientifica

Oltre al valore economico, An Yanshi attribuì al suo tè anche proprietà salutistiche non da poco. Secondo l’imprenditore, la bevanda avrebbe avuto effetti antiossidanti, capacità di favorire il dimagrimento e persino, secondo alcune sue dichiarazioni più audaci, un potere protettivo contro le radiazioni. Affermazioni che, va detto con chiarezza, non hanno mai trovato conferma in studi scientifici indipendenti e che sono state accolte con forte scetticismo sia dal pubblico cinese sia dagli esperti del settore.

Il dottor Shi Jun, ricercatore dell’Istituto di Botanica dell’Accademia Cinese delle Scienze, intervistato all’epoca dall’agenzia Xinhua, mise in dubbio pubblicamente le dichiarazioni di An Yanshi, spiegando che se è vero che il tè verde possiede documentate proprietà utili nella prevenzione di alcuni disturbi gastrointestinali, non esiste alcuna evidenza che il letame di panda possa potenziare questo effetto, né che le foglie di bambù abbiano di per sé proprietà anticancro trasferibili al tè attraverso la fertilizzazione del terreno. Altri esperti interpellati dalla stampa cinese confermarono invece la fondatezza di un solo aspetto della vicenda: il letame di panda, in quanto ricco di fibra vegetale non digerita, può effettivamente costituire un buon fertilizzante organico per il terreno, alla pari di altri concimi animali come quello bovino. Ciò che manca di riscontro scientifico, quindi, non è l’utilizzo agronomico dell’escremento, ma il salto logico che lo trasforma in un ingrediente dalle proprietà terapeutiche straordinarie.

Il panda tè come case study

A distanza di oltre dieci anni dal lancio, il tè al panda resta un caso di scuola di come una notizia curiosa, se raccontata bene, possa trasformarsi in un fenomeno mediatico globale capace di superare di gran lunga i confini della provincia cinese in cui è nato. È anche, va detto, un esempio interessante di come il panda gigante, animale simbolo della conservazione della natura e patrimonio nazionale cinese protetto da leggi severissime, venga costantemente reinventato come veicolo culturale ed economico, ben oltre il suo ruolo ecologico nella foresta di bambù del Sichuan.

Dietro l’aneddoto curioso, in fondo, resta un fatto vero e verificabile. I panda giganti hanno un sistema digerente straordinariamente inefficiente per un erbivoro, ereditato da un’evoluzione che li ha portati, nel corso di milioni di anni, a specializzarsi in una dieta quasi esclusivamente vegetale pur mantenendo un apparato digerente più simile a quello di un carnivoro. Questo dettaglio biologico, tanto curioso quanto reale, resta probabilmente l’aspetto più interessante — e scientificamente solido — dell’intera vicenda del tè al panda.

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Chiara Alonzo - Storyteller, copywriter e SEO specialist è laureata in Scienze della Comunicazione e Filologia Moderna, con un Master di secondo livello in Comunicazione e Marketing Politico ed Istituzionale presso la Luiss School Of Government. Attualmente ricopre il ruolo di vice presidente e responsabile della comunicazione dell'Associazione Ciao Panda Aps.