Climate overshoot: the UN admits that 1.5°C has already been exceeded

Il segretario generale dell'ONU António Guterres ha collegato l'estate di calore estremo al superamento della soglia climatica.

Non sarebbe più una previsione buttala lì a caso, bensì una linea messa nero su bianco dalle Nazioni Unite. La soglia fissata a Parigi nel 2015 verrà superata, forse già a partire dai primi anni Trenta. Ma la parola chiave che sta cambiando il dibattito climatico globale non è “sconfitta” ma “overshoot”. Ecco cosa significa e perché conta più di quanto sembri.

C’è una parola che nelle ultime settimane è comparsa sempre più spesso nei documenti scientifici e nei discorsi ufficiali delle Nazioni Unite: overshoot. Descrive un fenomeno preciso, quello di superare temporaneamente una soglia critica per poi, si spera, tornare indietro. Applicata al clima, significa una cosa sola. Il mondo non riuscirà a restare sotto 1,5°C di riscaldamento rispetto ai livelli pre-industriali, il limite fissato nell’Accordo di Parigi. A dirlo non sono più solo gli attivisti. Ma un report firmato da decine di climatologi di primo piano e le stesse parole del segretario generale dell’ONU.

Overshoot climatico, l’Onu ammette, da Ginevra a Belém: il contesto che ha portato all’ammissione

C’è un momento preciso in cui una crisi smette di essere un rischio futuro e diventa un dato acquisito. Per il riscaldamento globale, quel momento sembra essere arrivato quest’anno, quando il segretario generale delle Nazioni Unite ha dichiarato apertamente, davanti all’Organizzazione Meteorologica Mondiale a Ginevra, che contenere il riscaldamento sotto 1,5°C nei prossimi anni non sarà più possibile. Non una stima, non un modello previsionale, ma una constatazione. La dichiarazione non nasce dal nulla. Arriva a poche settimane dalla COP30. Il summit sul clima ospitato quest’anno a Belém, in Brasile, e segue un’estate segnata da ondate di calore fuori scala, incendi difficili da contenere e alluvioni con un bilancio pesante in diverse aree del mondo.

Il segretario generale ha collegato esplicitamente questi eventi al superamento della soglia, definendoli un assaggio di ciò che si prospetta se la traiettoria attuale non cambia. Il punto centrale del suo intervento, però, non è stato l’allarme in sé, quanto la scelta di un termine tecnico preciso: overshoot, appunto. Un concetto che gli scienziati del clima usano da anni nei modelli previsionali, ma che raramente era stato pronunciato con questa chiarezza da un vertice delle Nazioni Unite. Il significato è duplice. Da un lato certifica che la soglia dei 1,5°C verrà superata, probabilmente già a partire dai primi anni Trenta; dall’altro lascia intendere che si tratta, almeno nelle intenzioni, di un fenomeno reversibile, non di una condanna definitiva.

Il report che mette i numeri dietro l’annuncio

A dare corpo scientifico a questa posizione è un report. Quest’ultimo è firmato da circa cinquanta tra i climatologi più autorevoli al mondo, che analizza nel dettaglio cosa comporti superare la soglia e per quanto tempo il pianeta potrebbe restarci sopra. Il documento parte da un presupposto che vale la pena chiarire: da solo, ridurre le emissioni non basta più. Serve agire su due fronti in parallelo, azzerare i nuovi gas serra immessi in atmosfera e, allo stesso tempo, sviluppare strategie concrete per rimuovere quelli già accumulati nei decenni precedenti.

Gli scenari modellati dagli scienziati offrono un margine di manovra più ampio di quanto si potrebbe pensare, ma tutt’altro che rassicurante. Nell’ipotesi più favorevole, con una riduzione del 55% delle emissioni entro il 2035 e l’azzeramento completo entro metà secolo, la temperatura globale toccherebbe comunque un picco intorno a 1,8°C sopra i livelli pre-industriali, prima di iniziare a scendere. Solo un’azione di questo tipo, secondo i ricercatori, permetterebbe di riportare il riscaldamento sotto 1,5°C entro la fine del secolo.

Cosa succede se non si agisce in tempo

Il report è esplicito su un punto che spesso viene sottovalutato nel dibattito pubblico. Anche riuscendo a contenere il picco intorno a 1,8°C, alcuni effetti non saranno reversibili nei tempi umani. I ghiacciai che alimentano il rifornimento idrico di intere regioni montane, una volta persi, non tornano. Le specie che si estinguono lungo il percorso non tornano. Gli ecosistemi devastati da eventi estremi ripetuti, superata una certa soglia di stress, smettono di rigenerarsi da soli. C’è poi la variabile più temuta dagli scienziati del clima. I cosiddetti punti di non ritorno, fenomeni che una volta innescati proseguono autonomamente, a prescindere da quanto l’uomo riesca in seguito a ridurre le proprie emissioni. Tra gli esempi più citati nel report figurano il possibile collasso della foresta amazzonica e la disgregazione progressiva delle grandi calotte polari, due sistemi che gli scienziati definiscono già oggi sotto osservazione costante.

Gli scenari peggiorano sensibilmente se il riscaldamento dovesse spingersi oltre 1,8°C. Fino a un’ipotesi di 3-4°C che il report considera tutt’altro che remota in assenza di interventi immediati. In questo caso, entro il 2100 si stimerebbe la perdita di oltre un quarto della massa glaciale globale in uno scenario da 1,5°C, che sale oltre il 40% nell’ipotesi più estrema di 4°C, con un contributo diretto all’innalzamento dei mari stimato tra i 9 e i 15 centimetri a seconda dello scenario. Sul fronte alimentare, la produzione globale potrebbe ridursi fino al 14% entro il 2050, con effetti concentrati soprattutto nelle regioni già oggi più esposte a siccità e instabilità climatica.

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Perché “overshoot” non significa “game over”

Nonostante il tono d’allarme, gli stessi scienziati che firmano il report insistono su un punto. Il termine overshoot implica per definizione la possibilità di un rientro. Non è la stessa cosa restare sopra 1,5°C per pochi decenni con un’azione climatica aggressiva, oppure restarci indefinitamente per assenza di interventi. La differenza tra questi due scenari, secondo i ricercatori, si gioca proprio nelle scelte politiche ed economiche dei prossimi cinque-dieci anni, non in un futuro lontano. È questo il messaggio che le Nazioni Unite hanno voluto portare alla COP30 di Belém. Non un annuncio di resa, ma un tentativo di spostare l’attenzione dal solo obiettivo simbolico dei 1,5°C alla gestione concreta della fase di superamento, puntando a renderla il più breve, contenuta e reversibile possibile.

Cosa resta nelle mani di cittadini e organizzazioni

Di fronte a un quadro di questa portata, la domanda più naturale è quanto possa davvero incidere il comportamento individuale rispetto a decisioni che si giocano a livello di trattati internazionali e politiche industriali. La risposta della comunità scientifica è meno scontata di quanto sembri. Le pressioni dal basso, quando si traducono in sostegno concreto a chi si occupa di tutela ambientale e conservazione della biodiversità, hanno storicamente accelerato scelte politiche che altrimenti sarebbero arrivate troppo tardi. Informarsi da fonti verificate, sostenere realtà che lavorano sul campo per la protezione degli ecosistemi più vulnerabili e orientare i propri consumi verso scelte a minore impatto restano, secondo gli esperti, le leve più immediate a disposizione di chiunque non abbia potere decisionale su un trattato internazionale, ma non per questo meno rilevanti nel lungo periodo. Pertanto, il tema della salvaguardia dell’ambiente e la salvaguardia delle specie protette non deve continuare ad essere un argomento troppo lontano da noi. Bensì diventare parte integrante nella nostra vita.

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Chiara Alonzo - Storyteller, copywriter, and SEO specialist, she holds a degree in Communication Sciences and Modern Philology, and a Master's degree in Political and Institutional Communication and Marketing from the Luiss School of Government. She currently serves as vice president and head of communications for the Ciao Panda Aps Association.