Dalle spedizioni armate dei figli di Roosevelt al coraggio di una donna sola in Cina. Il racconto degli anni ’30 che trasformò il panda gigante da preda ambita a simbolo di conservazione.
Oggi il panda gigante è l’animale più amato e protetto del pianeta. Ma pochi sanno che per arrivare a questo status ha dovuto attraversare un decennio di caccia spietata, spedizioni al limite della sopravvivenza e un colpo di scena firmato da una donna che nessuno avrebbe mai immaginato. È la storia degli anni ’30, quando in Occidente scoppiò una vera e propria “febbre del panda” che portò cacciatori, zoologi e avventurieri a sfidarsi per essere i primi ad abbattere — o catturare — l’animale più misterioso della Cina occidentale.
Quando l’uomo dava la caccia al panda: i figli di Roosevelt aprono le danze
Tutto comincia alla fine degli anni ’20, quando due figli dell’ex presidente statunitense Theodore Roosevelt, Theodore Junior e Kermit, riescono a convincere il Field Museum di Chicago a finanziare una spedizione nella Cina occidentale. L’obiettivo ufficiale è arricchire la collezione del museo. Ma quello reale è molto più ambizioso e tenuto segreto persino agli amici più stretti: essere i primi occidentali a portare a casa un panda gigante. Nel loro racconto della spedizione, i due fratelli descrivono il panda come il vero “vello d’oro” del loro viaggio, l’obiettivo quasi impossibile da raggiungere. La tenacia paga. Nel 1929, infatti, i fratelli Roosevelt diventano i primi occidentali ad abbattere un esemplare, aprendo di fatto una gara internazionale tra musei e collezionisti che si protrarrà per tutto il decennio successivo.
1934, la spedizione Sage: quando la caccia diventa quasi una tragedia
Cinque anni dopo, il Museo Americano di Storia Naturale decide di non restare a guardare e organizza la cosiddetta Spedizione Sage, sempre nella Cina occidentale. Le foreste di bambù, però, si rivelano un ostacolo quasi insormontabile. La vegetazione è talmente fitta da ridurre la visibilità a pochi passi, mentre le foglie secche al suolo rendono impossibile muoversi in silenzio. Nell’ultimo giorno utile della spedizione, il capogruppo Dean Sage si trova improvvisamente faccia a faccia con un panda selvatico infuriato che carica dritto verso di lui. Nel momento più critico si accorge di aver finito i proiettili: con l’animale a pochi metri di distanza, la sua guida locale riesce a passargli in tempo una cartuccia, permettendogli di sparare quando ormai il panda è a distanza ravvicinatissima. Un episodio che, raccontato negli anni successivi, diventa uno dei più drammatici della storia delle spedizioni naturalistiche in Cina.
Ruth Harkness e Su-Lin: la svolta che nessuno si aspettava
Il vero punto di svolta arriva nel 1936, e porta la firma di una donna che con la scienza non aveva nulla a che fare. Ruth Harkness, stilista newyorkese senza alcuna esperienza da esploratrice, batte sul tempo cacciatori professionisti e reti organizzate riuscendo a recuperare una cucciola di panda gigante, che chiama Su-Lin. Per portarla fuori dalla Cina, Harkness la registra ufficialmente come “un cane”, pagando una tassa doganale ridicola rispetto al valore reale dell’animale. L’arrivo di Su-Lin negli Stati Uniti è un terremoto emotivo e mediatico. Anche i cacciatori più duri, come lo stesso Theodore Roosevelt Jr., restano colpiti dalla tenerezza della cucciola. Mentre Dean Sage — protagonista della spedizione quasi mortale del 1934 — ammette pubblicamente di non avere più intenzione di sparare a un altro panda. Harkness vende Su-Lin allo zoo di Brookfield, a Chicago, dove il successo è immediato. Migliaia di visitatori si presentano già nel primo giorno di esposizione, e in pochissimo tempo lo zoo rientra dell’investimento fatto. Purtroppo la storia di Su-Lin si chiude presto e in modo drammatico: la cucciola muore nell’aprile del 1938, ufficialmente per polmonite.
La cattura di massa e il divieto che salvò la specie
La morte di Su-Lin, però, non ferma la corsa al panda. Anzi, nell’autunno del 1938 l’avventuriero Floyd Tangier Smith riesce a catturare e trasportare fuori dalla Cina, allora già devastata dal conflitto con il Giappone, sei panda vivi in un colpo solo. Uno di loro non sopravvive al viaggio. Gli altri, però, arrivano a Hong Kong, dove vengono battezzati con nomi ispirati a un celebre film Disney dell’epoca. Questo prelievo di massa scatena però l’allarme della comunità scientifica e protezionistica internazionale. Diverse voci, tra cui quella della Società per la prevenzione della crudeltà verso gli animali di Hong Kong e del naturalista Arthur de Carle Sowerby, si levano per denunciare quanto sta accadendo e chiedere un intervento immediato prima che la specie scompaia del tutto. Nonostante il Paese sia sotto pressione militare, l’appello viene ascoltato. Nel giro di pochi mesi il governo provinciale del Sichuan emana il primo divieto assoluto di cattura dei panda giganti. Questa storia richiama alla mente anche un’altra drammatica vicenda: i tre uomini processati per aver ucciso e venduto la carne di panda. È la fine ufficiale dell’era della caccia selvaggia e l’inizio, storico, di un percorso di tutela che arriva fino ai giorni nostri.
Perché questa storia riguarda ancora noi oggi
Ripercorrere questi anni non è solo un esercizio di curiosità storica, bensì la prova concreta di come il destino di una specie possa cambiare grazie alla pressione dell’opinione pubblica e alla scienza. Il panda gigante che oggi ammiriamo nei centri di conservazione, protetto e monitorato con cura estrema, esiste anche grazie a chi, novant’anni fa, ebbe il coraggio di dire basta.